La crisi dell’eurodebito infuria pure tra Germania e Stati Uniti

E’ bastata l’ipotesi di un cambio di passo nella gestione della crisi dell’euro per far festeggiare (almeno) un po’ le Borse. Le voci sono ancora le stesse, quelle trapelate dopo il vertice di Washington tra ministri delle Finanze e banchieri centrali delle prime 20 economie del pianeta: rafforzamento monstre del Fondo salva stati (si è parlato addirittura di due o tre mila miliardi di euro), allentamento della politica monetaria della Banca centrale europea (ma in questo caso è qualcosa in più che una voce). Risultato: ieri Piazza Affari ha chiuso a più 4,9 per cento, meglio ancora hanno fatto Parigi (più 5,7) e Francoforte (più 5,3).
6 AGO 20
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E’ bastata l’ipotesi di un cambio di passo nella gestione della crisi dell’euro per far festeggiare (almeno) un po’ le Borse. Le voci sono ancora le stesse, quelle trapelate dopo il vertice di Washington tra ministri delle Finanze e banchieri centrali delle prime 20 economie del pianeta: rafforzamento monstre del Fondo salva stati (si è parlato addirittura di due o tre mila miliardi di euro), allentamento della politica monetaria della Banca centrale europea (ma in questo caso è qualcosa in più che una voce). Risultato: ieri Piazza Affari ha chiuso a più 4,9 per cento, meglio ancora hanno fatto Parigi (più 5,7) e Francoforte (più 5,3). Anche l’asta del Tesoro italiano di 14,5 miliardi di titoli tra Bot e Ctz è andata “relativamente bene”, ha commentato il presidente della Consob, Giuseppe Vegas; la domanda è stata sostenuta, ha toccato i 27,5 miliardi, anche se i tassi richiesti dagli investitori hanno toccato i massimi da settembre 2008. Eppure la giornata non prometteva bene, considerato anche il botta e risposta inusuale a cavallo dell’Atlantico. Agli appunti mossi dal presidente americano, Barack Obama, sulla gestione troppo lenta della crisi da parte dell’Europa, sono seguite le risposte piccate di Berlino e Bruxelles. Per il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, “i problemi dell’Europa non sono gli unici problemi degli Stati Uniti, anche se Obama pensa il contrario”. Il lussemburghese Jean-Claude Juncker, presidente dell’Eurogruppo, ha detto che l’Ue “non accetta lezioni da Oltre Atlantico”.

Un messaggio positivo, invece,
ha provato a lanciarlo la cancelliera Angela Merkel, ribadendo che “la Germania darà tutti gli aiuti auspicati perché la Grecia guadagni fiducia”, mentre ad Atene il Parlamento ha approvato la controversa legge per imporre una tassa sugli immobili, ennesima prova dell’impegno rigorista del governo. Le sensazioni, in Borsa, contano; ma non è scontato che una soluzione alla crisi dell’Eurozona sia a portata di mano. Ai vertici istituzionali del Vecchio continente prosegue per esempio il confronto su chi sarà, alla fine, a dover rafforzare il Fondo salva stati (Efsf). Per ora quel che è certo è che domani il Bundestag si pronuncerà sull’ampliamento dei poteri del Fondo; il Parlamento tedesco però si pronuncerà sul Fondo per come questo è stato concepito dagli accordi del 21 luglio. Ovvero oltre due mesi fa. Chi ci metterà le risorse per arrivare a 1.000, 2.000 o 3.000 miliardi di euro? La Bce fa capire che è disposta ad abbassare i tassi di interesse, o tutt’al più a fornire liquidità alle banche; quanto al rinvigorimento del Fondo, per ora è arrivato soltanto il “no” della Banca centrale tedesca. Ieri però anche le cancellerie nazionali hanno raffreddato gli entusiasmi: il ministro delle Finanze tedesco, Schäuble, ha definito un’idea “stupida e senza senso” quella di aumentare le risorse dell’Efsf, d’accordo con la collega spagnola Elena Salgado, secondo la quale il tema “non è neppure in discussione”. Il timore dei paesi membri dell’Eurozona, spiegano gli analisti, è che fornendo maggiori risorse statali gli stessi stati rischino poi di aggravare la situazione dei conti pubblici. “Un ulteriore ampliamento dei capitali impegnati nel Fondo salva stati potrebbe avere conseguenze negative anche sul rating di paesi solidi come la Germania o la Francia”, ha commentato infatti David Beers, dell’agenzia di rating americana Standard & Poor’s, inviando un avvertimento anche ai primi della classe. Forse tocca alla Bce?